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Il Web senza Decoro volge in oscurità

Il Web senza Decoro volge in oscurità

Non basta dire “sono libero”: occorre aggiungere “ma tu mi vedi, e io ti vedo”

“Decoro significa riconoscere che siamo specchi gli uni degli altri. Il riflesso di me vive in te, il riflesso di ciò che mostro ritorna in me. Da qui, e solo da qui, possiamo ripartire.”

Una parola che suona come provocazione

Parlare oggi di decoro è quasi una sfida. La parola viene subito caricata di sospetti: moralismo, patriarcato, censura. Eppure il decoro, nella sua radice autentica, non è divieto né imposizione. È riflesso di sé, dignità interiore che prende forma nel modo in cui ci si mostra, ci si esprime, ci si relaziona.

Il vero scandalo è aver lasciato cadere questa parola, proprio mentre cresceva la tempesta di esibizione, aggressività e odio che attraversa il web e la società.

Gli esempi che parlano da soli

  • influencer che trasformano il corpo in merce di scambio;
  • siti che manipolano immagini per esporre persone al ludibrio;
  • forum anonimi che alimentano la violenza verbale fino a spingere qualcuno verso gesti estremi.

Sono episodi diversi, ma hanno la stessa radice: assenza di decoro.
E di fronte a tutto questo la risposta è quasi sempre repressione: oscuramenti, chiusure, nuove leggi. Ma ciò che non si può più dire in superficie scivolerà altrove, spesso nel buio della clandestinità.

L’indecenza a doppio volto

È giusto e necessario perseguire i commenti sessisti, inseguendo i responsabili fino agli angoli più remoti dell’orbe terracqueo. Insultare, degradare, ridurre l’altro a oggetto è un atto di violenza verbale che non può restare impunito. Ma nello stesso tempo, altre forme di indecenza vengono non solo tollerate, ma perfino celebrate. Giovani donne – e non solo – che trasformano il proprio corpo in prodotto su notissime piattaforme digitali vengono invitate nei programmi televisivi di prima serata, presentate come icone di libertà o di modernità. Ma che esempio di libertà è quello che riduce la relazione a mercato e l’identità a merce di consumo?

C’è un sillogismo che fa male ammettere: i turpi commenti sessisti e il consumo di immagini mercificate hanno la stessa radice. Gli stessi che insultano spesso sono anche coloro che pagano. E chi vomita da una parte, perché dovrebbe stupirci se vomita anche dall’altra?

Rocco Siffredi – e non Socrate – ha messo in guardia: si può davvero, in nome della libertà, mercificare la propria intimità e allo stesso tempo fare da educatrice o maestra? È una provocazione che pesa più di tanti discorsi ipocriti, perché tocca il nodo centrale: se tutto è libertà individuale, chi tiene conto del riflesso sull’altro, sui giovani, sulla comunità?

E infine la contraddizione legale: in Italia i centri massaggi che celano prostituzione vengono giustamente chiusi, perché la legge Merlin vieta lo sfruttamento del corpo da parte di terzi. Ma quando la stessa mercificazione passa attraverso uno schermo, allora diventa spettacolo, share, business televisivo. E dietro c’è sempre una piattaforma che trattiene la sua pingue percentuale, trasformando la libertà individuale in profitto industriale.

La verità è che abbiamo scelto di colpire una faccia dell’indecenza e di applaudire l’altra. Ma entrambe nascono dalla stessa assenza di decoro.

Il cuore del decoro è la responsabilità reciproca

Il punto non è solo la libertà individuale, ma il legame invisibile che ci unisce.

  • Nel modo in cui ci vestiamo o svestiamo, non esprimiamo solo noi stessi: inviamo un messaggio all’altro.
  • Nel modo in cui parliamo — o vomitiamo parole — possiamo ferire o sostenere.
  • Perfino nei gesti più banali della vita quotidiana c’è un segno di comunità: mettere la freccia mentre si svolta non è un obbligo burocratico, è un indicatore comunitario, un “ti considero”. Fermarsi al rosso non è solo per paura della telecamera, ma perché lì c’è un altro da rispettare.

Non basta dire: “sono libero”. Occorre aggiungere:
“ma tu mi vedi, e io ti vedo e insieme, anche con un’occhiata, costruiamo un vincolo sociale.”

Ecco il cuore del decoro: non è repressione, è riconoscimento reciproco.

E tutti e tutte siamo chiamati al decoro

Il decoro non è una virtù privata né un obbligo imposto dall’esterno. È un compito comune, che riguarda tutti e tutte.

Nel nostro essere, messaggiare, postare, articolare parole ed apparire inviamo sempre dei messaggi, negarlo è ideologia allo stato puro, perciò dobbiamo prenderci cura delle "informazioni" che scambiamo.

  • Nessuno e nessuna può tirarsi indietro dicendo: “vale solo per altri”.
  • Non è un codice per controllare un genere, un’età o una categoria, ma un invito a ciascuno e a ciascuna a riconoscere l’altro come specchio di sé.
  • Se non c’è questa reciprocità, la società si frantuma in mille libertà solitarie che non si incontrano mai.

Il decoro è la forma visibile della dignità. Non è moralismo, è responsabilità universale.

La libertà ridotta a mercato

Il neoliberismo culturale ci ha consegnato una libertà fragile: “faccio ciò che voglio”. È una libertà che si riduce a solitudine e consumo. Senza decoro, le pulsioni non vengono educate: vengono esibite e trasformate in prodotto. Corpi, desideri, emozioni diventano merci.

L’identità gridata come risposta politica

Nel vuoto lasciato, proliferano identità urlate. Comunità, Heimat apparenti e virtualizzate costruite sul nemico: “noi” contro “loro”. Non è vera appartenenza, è mercato politico delle paure. Così oscilliamo tra due inganni: libertà consumistica e identità brandizzata.

L’innesto culturale dimenticato

  • Il socialismo democratico, che legava il decoro a giustizia sociale: casa, lavoro, parola, dignità minima.
  • Il personalismo comunitario, che vedeva la persona come nodo di relazioni: fiorisce solo dentro legami giusti.

Mettere insieme queste due tradizioni significa restituire forza al decoro come bene comune.

La terza via: la politica della dignità

Di fronte al duello sterile tra neoliberismo travestito da sinistra libertaria e sovranismo, non servono più divieti o più grida. Serve un’altra strada. La chiamiamo con una parola scomoda ma necessaria: decoro.

Non come gabbia, ma come specchio reciproco. Non come codice morale imposto dall’alto, ma come patto invisibile che ci tiene insieme.

Una proposta di dibattito

Se a rilanciare questa parola è un vecchio socialista, significa che il limite è stato ampiamente superato. Non è nostalgia né conservatorismo: è un appello a ricostruire un terreno comune.

  • La libertà non è annullata, ma completata;
  • il decoro non è maschera, ma riflesso reciproco;
  • la dignità non è per pochi, ma per tutti e tutte;
  • e la responsabilità non è un peso, ma il vincolo che ci tiene insieme.

Il web senza decoro diventa buio, oscurità.
Da qui, e solo da qui, possiamo ripartire.

 
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