Il Sottosopra, una settimana dopo
Una serata fringe, vent’anni di scale e una scritta fatta con il pane
La fotografia che resta della serata non è quella di un palco. È una scritta fatta con il pane dedicata ad Angelo Jasmeno. Le lettere sono sparite una alla volta, mangiate dagli invitati. C’era qualcosa di antico in quel gesto: il pane condiviso, l’immagine che si consuma e proprio così resta.
Dopo il monologo, le immagini, i richiami al cinema e gli accenni di canzone è arrivata anche una quinta forma artistica: il pane.
E in fondo Il Sottosopra è stato questo fin dall’inizio. Molto più di una festa privata. Un piccolo evento fringe e, a modo suo, maledettamente politico. Una torta in faccia all’idea che dobbiamo limitarci a essere buoni spettatori ed educati consumatori delle storie raccontate da altri.
C’è voluto un certo coraggio a prendere una chitarra, un microfono e nient’altro e tirare fuori dalla sabbia vent’anni di pensieri, errori, intuizioni, rabbie ed entusiasmi. Riflessioni nate anche nel nostro vecchio Bunker di via Antonio Salieri 63.
Vent’anni non fanno necessariamente una storia. Bisogna avere voglia di dissotterrarli e ancora più coraggio per raccontarli senza fingere che siano stati tutti gloriosi.
Nulla quella sera è stato perfetto. Ho preso qualche stecca. La voce, diciamolo, non è quella di Frank Sinatra. Qualche passaggio poteva essere migliore, qualche silenzio più lungo, qualche accordo più pulito.
Ma l’anima è venuta fuori. Ed è forse proprio qui che l’imperfezione smette di essere un difetto: quando non è sciatteria ma la traccia visibile del rischio che qualcuno ha deciso di correre.
Non tutto ciò che merita di essere raccontato nasce nei luoghi che hanno già deciso cosa sia cultura.
Quella sera abbiamo rimesso mano, quasi senza programmarlo, a una tradizione antica: quella del cantastorie.
Non il cantastorie folkloristico da cartolina, ma un cantastorie realista uscito dalle case popolari, dalle officine, dagli uffici, dalle sconfitte, dai quartieri e dalle famiglie vere.
E così, per una sera, nel Veneto profondo poteva sembrare quasi di avere un Ignazio Buttitta sulla porta di casa. Non per paragone artistico naturalmente, ma per la stessa intuizione di fondo: prendere lingua popolare, memoria, lavoro, conflitto e vita quotidiana e trasformarli in parola pubblica.
Il cantastorie non rappresenta semplicemente il margine. Prende ciò che normalmente resta ai bordi e lo usa per raccontare anche il centro. Non chiede indulgenza perché viene da fuori. Pretende soltanto che quell’esperienza abbia il diritto di diventare racconto, memoria e giudizio sul mondo.
Il cantastorie non rappresenta semplicemente il margine:
gli dà una voce capace di raccontare anche il centro.
È in questa genealogia, molto alla lontana e con tutti i distinguo necessari, che Il Sottosopra prova a riconoscersi. Non nell’imitazione di qualcuno ma nell’idea ostinata che una voce, una storia e poche note possano ancora bastare per mettere in circolo un’esperienza.
È anche questo che intendiamo quando parliamo di cultura fringe. Fringe non significa semplicemente eccentrico o alternativo per posa. Significa stare ai margini dei circuiti ufficiali, fuori dai luoghi in cui qualcuno ha già deciso cosa merita un palco, un finanziamento, una recensione o una patente culturale.
Significa provare, rischiare, mischiare linguaggi e permettersi anche l’imperfezione. Non essere periferici per vocazione, ma essere liberi senza che nessuno pretenda di farti esibire un permesso...
Il Sottosopra è anche una metafora di tutto questo. Le scale, in fondo, raccontano bene la storia. C’è chi prende l’ascensore sociale, chi arriva ai piani alti, chi resta fermo, chi scende e chi continua a salire un gradino alla volta senza che nessuno se ne accorga.
Non sempre chi arriva più in alto ha visto più cose. A volte chi ha fatto le scale conosce semplicemente meglio il palazzo.
Non ho invitato il mondo. Ma in fondo il mondo quando mai ha invitato me? Eppure quella sera una parte di mondo c’era. C’erano amici e persone incontrate nel lavoro, nella politica, nei libri, nella musica e nella vita. C’erano storie che si incrociavano con la mia.
E c’era anche un ricevimento quasi sontuoso rispetto alle nostre abitudini. Una piccola esagerazione necessaria dopo tanti anni trascorsi a fare le cose con quello che c’era.
Qualcuno potrebbe chiamarla vanità. Può darsi che una piccola parte lo fosse. Ma soprattutto era orgoglio. L’orgoglio di poter dire che anche la mia storia è importante.
Anche la mia storia è importante.
Non più importante delle vostre.
Importante come le vostre.
Era questa la scommessa. Non dimostrare di essere speciale ma dimostrare che non serve esserlo. Una vita normale contiene abbastanza materiale per una tragedia, una commedia, una canzone, una fotografia, un film e perfino una scritta fatta con il pane.
Basta guardarla abbastanza a lungo. E saperla raccontare.
Forse è proprio qui che la fotografia del pane acquista un significato diverso. Le lettere di Angelo Jasmeno sono state costruite, guardate, fotografate e infine consumate dagli altri. Il nome ha smesso di essere soltanto un’immagine ed è diventato parte della festa.
Non un monumento da conservare, ma qualcosa da condividere. Quasi come se una storia riuscisse davvero soltanto quando smette di appartenere esclusivamente a chi l’ha vissuta.
Per chi non c’era comunque niente paura. Si può sempre rimediare all’assenza. Possiamo completare le storie, contraddirle, aggiungerne altre, parlare e soprattutto ascoltare. Basta un bicchiere di vino e una fetta di salame.
Una sola fetta però.
Perché a forza di fare le scale, alla fine, mi è venuta la tachicardia.

